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giovedì, 12 ottobre 2006

QuotaZero ha perso l'identità. Ha costruito nuove basi tra

Personaggi & Interpreti

Postato da: QuotaZero a 11:17 | link | commenti (4) |

martedì, 05 settembre 2006

BassoProfilo

A volte i minuti che camminano riescono a stringere più della canapa bagnata avvolta in spire fumanti. Affiorano solo occhi che saltellano, muri che scricchiolano e orecchie che dolgono.
È un tempo che ritorna, come un'eco che riverbera lontano. Fa un giro largo giorni e settimane e mesi e non sbaglia mai destinatario. Nella vita la fuga ha gli scogli seghettati e le volontà ammanettate. I blog hanno la fortuna di un clic fugace e decisioni improvvise. È sempre meglio vivere con un ricordo da rimpiangere piuttosto che con un presente da biasimare.
Non resta altro da dire. Collezionerò tanti "avrei dovuto", "avrei potuto" e ancor più "forse se" e "certo che se avessi".
Resterà questo, e un senso di fallimento per le vaste pianure di desideri seminati e mai fioriti.

Postato da: QuotaZero a 11:42 | link | commenti (107) |

lunedì, 04 settembre 2006

Verde!

La giornata ha inizio con una saponetta nuova di pacca dall'involucro in plastica. L'ho appallottolato e gettato nella busta dell'apposito riciclo. Poi spetta alla colazione, esaltata da un nuovo pacco di biscotti. Di nuovo una confezione in plastica trasparente, anch'essa finita nell'oblio riciclante. Ho lavato la tazza con un sapone liquido, biodegradabile al 90%. Ne resta fuori un 10%. Che fine farà? Dove dormirà? Nel giardino di casa mia? Sotto il mio letto? Me lo ritroverò impacchettato da consumare a parte con le prossime confezioni di biscotti?
Una maglietta, un paio di pantaloni. Tasche e fodere interne in tessuto sintetico: sintetico = plastica = petrolio. Chiavi di casa, chiavi dell'auto. Plastica e una minibatteria al piombo, nei casi migliori, o strane sostanze dai nomi impronunciabili più cancerogene del plutonio, nei casi peggiori. Accendo l'auto: pelle sintetica, plastica, olio motore, motore, gasolio, additivi del gasolio, gas di scarico, vernici ad acqua sintetiche, gomma dei pneumatici.
Ufficio: porta in metallo trattato, verniciatura sintetica, rifiniture in gomma, non caucciù, gomma sintetica = plastica = petrolio. Apro. Divanetti e relative poltroncine rosse: tessuto sintetico, ancora petrolio. Sedie in pura plastica, tavolini in finto legno e vera plastica stampata (male). Interruttori Enel, plastica nera e bianca. Ventilatore, Plastica e poco metallo verniciato in sintetico. Condizionatore: plastica, energia prodotta chissà dove con chissà cosa, trasportata con cavi ad alta dispersione, minimo un 30%, cavi in plastica, ovvio, e rame. Telefono fisso: cavo in plastica, collegamento alla rete in plastica, numeri in gomma, display a cristalli liquidi in sostanze altamente cancerogene e difficilmente riciclabili. Squilla il cellulare: ancora plastica, ancora display LCD a colori, alta definizione, materiali ancora più inquinanti. Batteria del cellulare: mina vagante per l'ambiente. Accendo i Mac: chassis in alluminio, prodotto dalla bauxite, pare proveniente dall'Australia. Processo altamente dispendioso dal punto di vista energetico. Circuiteria interna: silicio, plastiche, gomma. Tastiera: ancora plastica, stampata con solventi sintetici. Cd e DVD vari: ancora plastica, ancora processi altamente dispendiosi in termini energetici. Scooter di un amico: plastica e olio e benzina dalla combustione precaria e gas di scarico asfissianti. Ancora auto. Qualche chilometro per un caffè: un bicchierino di plastica, stanghetta anch'essa di plastica, zucchero imbustato in finta carta e vera plastica, stampato con solventi sintetici. Spugnetta per il bancone: gomma = plastica = petrolio. Guinzaglio del cane della signora alla mia destra: gomma sintetica. Tacchi della ragazza al tavolo: plastica. Tavolo della ragazza al tavolo: plastica. Sedia della ragazza al tavolo: plastica. Insegna del bar: plastica con le scritte in plastica colorata, se possibile, anche più inquinanti. Pistola ad acqua del ragazzino che gioca con i genitori: plastica.
Guardo l'ora (orologio in plastica): non sono ancora le 9.00 di mattina e ho già distrutto qualche ettaro di foresta amazzonica, un centinaio di polmoni e invitato qualche cancretto a colpire qua e là.
Mi sa che meritiamo davvero l'estinzione.

Postato da: QuotaZero a 10:04 | link | commenti (45) |

venerdì, 01 settembre 2006

Spiagge

Ugo ha dato molto al suo essere stato, e anche al suo sarò. Non è stata una scelta di vita, lo ha fatto perché gli è sembrato ovvio. lui non ha molti anni, ma neanche troppo pochi. Ha quel trancio di età in cui nel giardino sbocciano dubbi e sul soffitto penzolano bilanci. Ugo è timido, ma non lo dà a vedere, almeno, questo è quello che lui crede, pensa e prova a fare. Forse perché timido, Ugo, non ha avuto molte donne. Il fatto di averne avute poche, pochissime, due o tre in tutto, va raccontando, fa sì che le donne riescano a capirlo subito che il suo passato nasconde pochi rapporti sessuali.
Ugo è un segaiolo. Non solo, è pure un idealista e un inguaribile romantico. Far convivere queste tre qualità nella stessa persona non è la via migliore per una stabilità psicologica a prova di lettino in finta pelle.
Ugo è un po' schizofrenico e ha un sogno: costruire il castello di sabbia più alto del mondo con la saliva di testuggine delle Galapagos e ricamare i bastioni costruiti con la seta dei migliori bachi della Cina meridionale.
Ugo passa il suo tempo tra il proprio letto, dove custodisce la collezione di libri di "ingegneria della sabbia"; l'agenzia di viaggi all'angolo, tra il pescivendolo e il videonoleggio; e la spiaggia, dove trascorre ore e ore aspettando il vento che lecca e l'onda che spiana.
Ugo è un po' stanco. Come dicevo, ha dato molto alla sua vita, ma non sa che dovrà dare di più al futuro. Un futuro in attesa nell'acqua che affiora tra la sabbia raccolta in riva al mare.
È un giorno di quasi autunno, dove gli uccelli storgono il collo e i pini allentano gli aguglioli, quando la vita si accende e le luci scoppiettano. Ugo sta raccogliendo saliva da un carapace quando l'onda scialacqua e la sabbia tremula al tonfo di due piedi sconosciuti. Ugo non alza gli occhi, è timido, ve l'ho già detto, no? Ma ha finito la saliva di tartaruga e non ha più seta per il ponte levatoio.
Ugo è costretto ad alzare gli occhi.
La figura è femminile, non ci son dubbi. Ha conchiglie per occhi, anemoni per capelli e corallo per labbra. Ugo non lo sa, ma è la donna perfetta di cui innamorarsi, infatti si innamora.
Il tempo gioca a suo sfavore, visto che è l'ora in cui i bambini sbadigliano e le sardine svolazzano. L'ora peggiore per incontrare una donna. L'ora in cui il cuore sobbalza e i sentimenti cicaleggiano.
Ugo non ha un suono a disposizione. Ha la bocca spalancata e le mani sabbiose e la pelle irsuta e i piedi salmastri. La ragazza ha una mossa. Un lento scivolare che sfiora lo zigomo sinistro di Ugo, Con l'indice lo invita a unire le labbra come uno scrigno inviolato.
Emette un solo suono:
– Ugo, ti amo –

Postato da: QuotaZero a 11:43 | link | commenti (71) |

giovedì, 31 agosto 2006

Distacchi

Ha l'aria eccitata. Si capisce dal tono, anche se la linea è disturbata. Non vede l'ora, non sta più nei panni. Chi non lo sarebbe? Posso ben dirlo, ricordo la frenesia del primo giorno, quello dell'acquisto, della scoperta. L'appuntamento è per un primo pomeriggio. Pessima scelta. È una giornata di bici, di quella dura, da test attitudinale. Infrango le mie presunzioni su un muro di quasi quattro chilometri al 10% di pendenza. Il risultato è un ritardo di 40 minuti.
Scendo dall'auto e mi scontro con un paio di occhi irritati, sanguigni, ma che serbano ancora la luce della novità in attesa. Meglio per me.

Ha un anno e mezzo. Be', forse qualche giorno in più. È stato compagno di giorni altalenanti. Solo adesso capisco che ha rappresentato quasi un'ancora. Una sorta di certezza letteraria, uno sfogo silenzioso e a portata di mano. È stato sempre con me, partecipe di situazioni a volte imbarazzanti, di altre mani, di altre occhiate curiose e, a tratti, invidiose. Lo riconosco: su certi tavoli, in certe situazioni, davanti a certa gente, l'ho esibito, fiero e orgoglioso, con un pizzico di quella giusta altezzosità popolana.

Ci sediamo alla scrivania. Lei impaziente, io ancora distrutto dai 55 chilometri. Ha un fuoco di sbarramento fatto di domande, a volte pertinenti, altre tremendamente ingenue, figlie di un orribile sistema operativo. Il tempo sembra scandito più dagli squilli di telefono che dal procedere del processo di installazione. A osservarlo così pare lentissimo. Strano, l'ultima volta sembrò veloce. forse perché intento in altre parole, altre faccende, altre storie.

È stato l'unico vero testimone di un me che si è confessato, arenato, incespicato, corretto e gettato più volte. Come per i migliori sentimenti: la consapevolezza è un cuneo che si insinua a posteriori, mai coincidente col presente di sapori e consumo. Non sono neanche 24 ore, ma la mancanza è un taglio così netto da restituire dolore fisico.

Due ore e un po' di spiccioli. Adesso è fretta di andare, credo per un precedente appuntamento. Il mio ritardo sarà il suo ritardo. Il tempo di chiuderlo, di mostrarle la facilità d'uso, la comodità, la trasportabilità. Lo stringe a sé. Lo guarda quasi incredula. Ha fretta, vero, ma ha anche una felicità contagiosa, non al punto da scalfire la mia tristezza. Un assegno tra le dita. Ha l'aria di trenta denari. Il prezzo di un tradimento, il fatto che sia solo digitale, poco importa. L'accompagno all'auto. Resta un veloce saluto, un ultimo sguardo.

Ricordo notti passate alla luce dello schermo. Il mio incespicare iniziale, le mie migliori presunzioni, i brani salvati, le idee più stupide piazzate in una montagna di documenti. Forse non avrà un sostituto. Fa parte del processo di oblio intrapreso da qualche settimana. Un pezzo alla volta per scardinare progetti ormai obsoleti e senza futuro.
L'iBook è andato. Rapito da altre mani, altri sogni, altri lavori. Un passato di chances esaurite. È giusto così.
Mi rendo conto che scrivere è stato una sorta di esorcismo quotidiano. Non chiedermi di cosa. Ti lascio questo saluto: poche parole per un testimone di tante parole.
Ciao, iBook.

Postato da: QuotaZero a 11:52 | link | commenti (30) |

martedì, 29 agosto 2006

Segni

Sono giorni che ho in mente di lasciarti queste parole. Tra tutto ciò che abbiamo, le parole sono gli oggetti più pericolosi e affilati. Non vorremmo mai sguainarle, per paura delle involontarie ferite.
Volevo parlarti delle mie rughe, così profonde. Sai, ho sempre sognato di poter raccontare ogni ruga indicandola con l'indice, con un aneddoto di vita vissuta. Come nei grandi racconti. Come nelle migliori sceneggiature. Ogni ruga un episodio. Ogni ruga un passo fondamentale nella storia della mia vita. Il mio volto raccontato dai solchi dell'esperienza, profondi e netti quanto la mia capacità di scelta.
Ma la mia vita è solo anni che si rincorrono, identici a se stessi, senza scalpi decisi o ferite nette. Sono anni "senza" quelli che potrei raccontarti. Meglio il silenzio. Forse è per questo che non racconto mai molto di me, perché, alla fine, non c'è molto da raccontare.
C'è Muddy Waters in video. Incespica tra il dolore delle sue note migliori. Lei mi interrompe l'ascolto con un'offerta del mulino bianco. Non so che risponderle. Scorrono le voci di infanzie nette, tracciate dalla mano della storia. Bluesmen distrutti dall'alcool, dalla violenza, dall'indifferenza.
Vorrei spacciarmi un'infanzia così, piena di dolore, costruirmela sul momento per te. Raccontarti delle sofferenze, delle difficoltà, della fame.
La mia infanzia è stata come tutte le altre, un po' più qua, un po' meno là. Resta qualche foto in cui dovermi riconoscere. Un'immagine dai colori sbiaditi in completino sgargiante da prima comunione, qualche sorriso. Forse un giorno scoprirò che non sono stato neanche quelle foto, che è tutto falso, tutto costruito. Potrei disegnarmi un nuovo passato e progettare un futuro da sobbalzo. Ma il tempo scarseggia e di sabbia ne resta così poca.
Senti questa ruga, la più profonda: la ruga delle novità. Ho lasciato un sacco di energie nei nuovi progetti, dedicandogli più del tempo libero. Tu ne sei testimone. Resta qualche A4 corpo 12, e delle idee balzane da riderci su a un tavolino di periferia. Non c'è molto da raccontare. Le mie verità sono state ricami dorati su una tela posticcia. E su quella tela abbiamo speso più di qualche superficiale parola. Mi sono vestito di fraintendimenti, scolati in un sussurrare di speranze mai decise e mai del tutto rivelate, per paura che svanissero sotto i colpi di una realtà evitata a stento.
Sono diverso, sai? Non so come, ma lo sono. Non sono le rughe in più, neanche i capelli in meno. Non brucia più, almeno, non dentro. Gli occhi ne sono testimoni involontari. Me ne sono accorto per caso.
C'è un risvolto positivo. Adesso capisco. Capisco il tuo tentennare, le tue difficoltà nel giudicare, il tuo inerpicarti sugli scogli di una giustificazione al mio niente di parole.
Buddy ha finito la session. Qualche minuto a saltellare tra trasmissioni identiche e senza valore. Spengo e decido di mettere su qualcosa da ascoltare. L'umore non è da miglior racconto. Ma oggi è sole, è bici, è salite. È sudore e stanchezza e polpacci gementi. E devo lavare le macchine.
È di nuovo lavoro, telefono e voci di appuntamenti.
A questo mi devo aggrappare.
Solo questo.

Postato da: QuotaZero a 19:16 | link | commenti (104) |

martedì, 08 agosto 2006

Uscita

Tu non lo sai, ma nei tuoi occhi c'è la parola fine.
Riesco a leggerla così bene che vorrei disegnartela sulla pelle, urlartela nelle orecchie, stringerla tra i pugni per cercare di fermarla.
Tu non riesci a pronunciarla e io non ho il coraggio di decidere per entrambi. Siamo due anime che rotolano perché lo hanno sempre fatto. Non riusciamo a comprendere altro se non il noi.

– Vorrei fare l'amore
– Adesso no
– Perché?
– È mattina
– Lo vedo, per questo ho voglia di te
– No, c'è il lavoro, è tardi
– Il tardi è una condizione della nostra volontà. I ritagli potremmo giocarceli bene, se solo lo volessimo
– Allora, non voglio
– Stai costruendo barricate
– Non dire scemenze
– Sempre più alte
– Hai solo bisogno di riposarti

Che ne sai dei miei bisogni? Il tempo che abbiamo accantonato l'un l'altro è un vapore che è già scomparso, da tempo. Hai gli occhi stanchi, di un amore consumato chissà dove. Non hai tempo per le mie braccia, perché bruci per le braccia di altri, perché ti consumi per le voglie di chi non posso e voglio conoscere. Giochi il tempo come se fosse una barricata a tua difesa. Il tuo tempo riesco a decifrarlo come una lente, per mettere a fuoco le tue voglie, così lontane da me, dalle mie, da quello che siamo stati.

– Perché non ammetterlo?
– Sono in ritardo
– Lo sei sempre
– Non quando tu non ti metti a farmi perdere tempo
– Non sto cercando tempo, cerco soluzioni
– Dai, è tardissimo. Lasciami andare
– Ti lascio, ma tu ammettilo
– Vado, a dopo
– Già, vai.

A dopo, sì. Un dopo che conterrà la tua soddisfazione rubata in un angolo di lavoro, che avrà l'odore di un amore rubato. Non ho rabbia, non posso contenerla. Non lo meriti, in fondo. Darti rabbia significherebbe riconoscere il tuo amore, concederti una giustificazione per il mio abbandono.
Distacco e dispiacere sono gli unici sentimenti che posso confezionarti. Non chiedermi altro. So che non lo farai, non sei abituata a chiedere. Avremo ore e giorni e settimane per appuntarci qualche momento da apporre sul nostro personale album di ricordi e niente più.
Non siamo che questo, ricordi, da un pezzo, ormai. Ci ha salvato la volontà di una trasgressione, di un po' di sesso rubato alla nostra facciata di coppia perfetta. La stessa volontà di uniformità a tanti altri che abbiamo conosciuto, che abbiamo tentato di consolare, che abbiamo visto fuggire, ognuno per la propria strada, proprio come noi, oggi, adesso.
Me ne vado così, come sono arrivato, nel silenzio assoluto, senza salutarti. Non voglio ore di ritorsioni e pagine di ripensamenti. Voglio solo cercare e cercarmi, nel silenzio e nella solitudine, perché il rumore che porto con me dev'essere un niente per tutti gli altri.
Non ho molto da tenere. I più sono libri, che sono solo me, perché da te mai letti. Un po' di musica e pochi ricordi da salvaguardare.
È un attimo, decidere di sparire è così facile, meglio di un click di mouse. È ora di andare. L'auto è bollente. Apro le portiere per far circolare l'aria. Ne approfitto per un'ultima occhiata a finestre e porte e giardino. Tra quelle piante ho scattato più di una tua foto.
È l'immagine che porterò con me, una facciata di una casa solitaria, un po' di verde a far da cornice, delle persiane aperte.
Non ci sarà spazio per te, solo per la tua casa.
L'unica a cui posso lasciare un po' del mio affetto.

Postato da: QuotaZero a 12:51 | link | commenti (226) |

lunedì, 07 agosto 2006

Salite

Ho smosso parole e cambiato frasi. Ho giocato sulle ore, rivoltato minuti. Dovrei giostrarmi miss apatia su un tavolo abbastanza verde. Il massimo dell'eccentricità è chiudere un blog, postulare un commento di tre parole illeggibili, un neologismo del cazzo.
L'avvicinarsi del traguardo dei dodici mesi porta in dote un desiderio di cambiamento. Le parole non scorrono più con la facilità di un tempo, non so perché. Lascio che la responsabilità sia avvolta dal caldo, dal tempo, dal governo-ladro. È un rimedio infallibile: distribuire colpe come noccioline americane, sbucciarle e lasciarne traccia per gli inseguitori. Ho visto galleggiare meduse morte. Avrei voluto stringerle, chiedere loro perché. Il perché del vento fresco in una mattina assolata, di bambini che gridano con genitori sorridenti. Ho il culo rovente e i bermuda fuori moda. Sono l'unico bianco mozzarella di questa porzione di spiaggia-show. L'unico a chiedersi che cazzo stiamo a fare qui. Un secchiello in mano, nel secchiello acqua di mare. Una signora anziana mi sorride. Dove sono le mie parole? Documenti e pagine e spedizioni e inutili attese. Quante speranze giocate malamente. La voglia è per una pioggia torrenziale, in una solitudine da spiaggia. Contare le gocce tra le mani e aspettare, chissà poi che cosa. Ho voglia di chiudermi in casa, farmi una sega, alzare lo stereo e tirare bicchieri ai passanti. Ho voglia di tutto ciò che non posso fare, come se il non fare fosse attraente più del poter fare. È tardi, saranno auto e code e clacson e motori e biciclette. È sempre tardi, per tutto, il fattore tempo gioca d'anticipo. Qui si annaspa e basta. Il domani porterà nuovi e infiocchettati annaspamenti.
Ho bisogno di sudare, chilometri e chilometri di bicicletta. Vagare nel libeccio, pedalando su un asfalto affamato. Dovrò giocarmi i migliori lipidi per la vetta in attesa. Grassi, proteine, zuccheri. Ho la scientificità dalla mia. Kilocalorie, epa e quant'altro da gambizzare su salite assolate.
Non ho più voglia, un c'è seghe.
Spero ritorni.

Postato da: QuotaZero a 17:48 | link | commenti (41) |

venerdì, 04 agosto 2006

Terra

Bastardi!
Inutile che voltiate lo sguardo, dico a voi. Voi che mangiate soldi e cagate cemento, voi che scendete dal nord con le tasche piene della vostra boria produttiva. Voi che dall'alto del fumo delle vostre fabbriche non ci degnate di uno sguardo, voi che sulla presunzione di un odioso accento calpestate il nostro territorio.
Bastardi, lo state distruggendo.
Scendete chiusi al fresco di una lamiera di lusso, dalla cilindrata fragorosa ed esorbitante, ruggente della vostra insensibilità. Lasciate frusciare fogli e fogli di avidità colorata sotto il naso di occhi impreparati e illusi da una vita che non sarà mai loro, da una patina di copertina vista in tv.
Fottetevi!
Voi che, seduti tra un quotidiano e un settimanale destrorso, occupate i nostri bar aspettando l'illuso di turno, il supposto affarista. Voi che socchiudete occhi e insinuate facili ricchezze, voi che deturpate il mio verde col piglio del qualunquista, col ghigno del menefreghista.
Tornate da dove siete venuti.
Non voglio più vedervi cementificare la mia terra. Non voglio più scoprire le vostre lottizzazioni da settimane a Courmayeur, da brillanti per occasionali puttane, da sperpero per raccolte notti di viados.
Voi che ve ne fottete di un respiro nel silenzio, di un'attesa tra il verde, di un sogno di natura. E anche voi, stupidi indigeni. Voi che avete odorato l'ebbrezza di una ricchezza da quattro mura, voi che innalzate pareti da monolocali e loculi angusti, voi che alzate prezzi con un'occhiata e scandite stagioni di conti in banca, rigorosamente al nero. Voi che cercate la sicurezza nel fottere mattoni al prossimo.
Non vi sopporto più, e non sopporto più il quotidiano scempio alla mia terra. Andate via, fatela finita, lasciatela in pace. Questa terra un tempo da sogno, e adesso agonizzante, che ha smesso di respirare, che ha smesso di vivere.
Questa terra che chiede vendetta.

Postato da: QuotaZero a 11:02 | link | commenti (64) |

giovedì, 03 agosto 2006

Identità

Immagina un ombrellone
Immagina una spiaggia
Immagina i tanti
Nel tempo ho accolto
La gente che sorride
I ragazzi che giocano
I bagnanti che aspettano
Ho riso di loro
Guardando da un balcone
Giocando di presunzione

E oggi
Domenica di luglio
Caldo, afa e mattina
Abbiamo camminato
E seminato ombrelloni
E sorriso
E sole
E caldo
E sulla spiaggia giocato
E ho capito
Che non sono altro
Che uno di loro

Immaginami così
Sulla spiaggia, come gli altri
Come uno dei tanti
Come uno dei tutti.

Postato da: QuotaZero a 08:22 | link | commenti (128) |